Me ne sto con aria imbronciata a dispensare certezze, certezze che ho. Riempio fogli e schermate di parole, divento scura se il cocktail non mi porta altrove, ascolto Jeff Buckley come ai vecchi tempi e mi accorgo della Verità. Ascolto pezzi di discorsi in un locale troppo affollato, nessuna parola cattura la mia attenzione; il fluido scorre e arriva dove deve arrivare, si porta con sè allegria effimera e alito pesante. Niente mi porta altrove, forse ( magari )in un rifugio d’alta montagna, dove non ci sarebbe bisogno di niente altro. Tutto aveva un sapore di noia, eppure era tutto così colorato. Dev’essere quel bicchiere, non c’è altra spiegazione. E nessuno capirà, solo io. Neppure le schermate che riempio mi assomigliano, e sento di aver un disperato bisogno di te. Di un aereo. Di una destinazione diversa. Vorrei fuggire con te da questa noia, da questo posto, dalle persone banali che non vorrei più dover sentire, dalle solite destinazioni, dai discorsi già fatti, dai treni puzzolenti. Vorrei continuare a scrivere con Jeff che canta, ma lascio scorrere questo grigio pomeriggio così com’è. In fondo amo essere triste: è il momento migliore per ascoltare certe canzoni, canzoni che trovano il loro senso solo in grigi pomeriggi come questo. E aiutano, ah se aiutano.









