New York, New York…

Settembre 11, 2008

Nessun post tragico, nessuna riflessione sulla memoria, nessuna foto melensa. Voglio solo ricordare il mio viaggio in quella città stratosferica, che si è saputa rialzare, chiunque sia stato a farla cadere. Riporto le parole che avevo scritto al mio ritorno, e lo scorcio di New York che più ho amato, fotografato da me in una fredda mattina di dicembre. Ebbene, il dodici di dicembre dell’anno passato scrivevo così:

New York per me è stata la prima volta in aereo per nove ore, conoscere nuove persone, vedere i ghiacci della Groenlandia e le coste del Canada a migliaia di metri di altezza, arrivare al JFK Airport in una giornata di nevischio e vedere dal pullman i primi grattacieli, guardare sbalordita lo spettacolo dal sedicesimo piano dell’albergo dalla finestra della stanza, rimanere stupita dell’albero di Natale davanti al Rockfeller Center con la sua pista di pattinaggio piena di bimbi con la sciarpa e il berretto, rimanere a bocca aperta davanti alla meraviglia scintillante che è la Fifth Avenue, le colazioni alla ognibendidio seduta davanti alle vetrate dell’albergo con davanti Times Square e i mille teatri di Broadway, ridere coi miei zii e scoprire tutti i loro lati positivi e negativi, la tenerezza della carne alla Steack House, tirare fuori il passaporto per poter bere una Corona, la pizza trangugiata per la fame in quella serata così densa di risate e acquisti, le due bambine figlie del cugino dello zio una più tenera dell’altra, i negozi aperti 24 ore, i milioni di giri fatti per comprarti l’iPod, il mio maglincino marrone fa-vo-lo-so preso ad Abercrombie & Fitch e le due magliette all’Hard Rock Cafè, i mille Hot Dog sui marciapiedi, l’emozione di salire sull’Empire State Building e guardare l’immenso lì sotto, scoprire di essere ancora più socievole di quanto avevo pensato, emozionarmi mentre dal battello scattavo la foto alla Statua della Libertà o mentre camminavo piano nel museo di Ellis Island, tra le foto e le cose degli emigranti di primo 900, il MoMa e il primo quadro di Klimt che vedo davanti a me, i mercatini pieni di fantastici gioielli fatti a mano, la gentilezza inaspettata di tutti i passanti e venditori, la neve sottile che cade sul mio basco viola nello scintillio di una sera di dicembre a Manhattan, Little Italy piena di cinesi e con insegne sgrammaticate, Central Park e i suoi colori, il ponte di Brooklin e le mille foto con la mia cuginetta, Soho e le sue bancarelle, le notti di sonno perfetto e profondo, il topino al collo che mi ricordava che non ero piombata su un altro pianeta, Harlem e la sua dignitosa e speciale diversità, i suoi muri zeppi di graffiti di Franco the Great, un nero sulla settantina che è chiamato il  “Picasso di Harlem”, vedere all’orizzonte il Bronx e non poterci andare, prendere quell’aereo traballante per il troppo vento ben sapendo che mai e poi mai saprai descrivere ogni cosa di questa esperienza, perchè troppe sono state le cose che impossibile è ricordarle tutte.