Hallelujah

Settembre 27, 2008

Me ne sto con aria imbronciata a dispensare certezze, certezze che ho. Riempio fogli e schermate di parole, divento scura se il cocktail non mi porta altrove, ascolto Jeff Buckley come ai vecchi tempi e mi accorgo della Verità. Ascolto pezzi di discorsi in un locale troppo affollato, nessuna parola cattura la mia attenzione; il fluido scorre e arriva dove deve arrivare, si porta con sè allegria effimera e alito pesante. Niente mi porta altrove, forse ( magari )in un rifugio d’alta montagna, dove non ci sarebbe bisogno di niente altro. Tutto aveva un sapore di noia, eppure era tutto così colorato. Dev’essere quel bicchiere, non c’è altra spiegazione. E nessuno capirà, solo io. Neppure le schermate che riempio mi assomigliano, e sento di aver un disperato bisogno di te. Di un aereo. Di una destinazione diversa. Vorrei fuggire con te da questa noia, da questo posto, dalle persone banali che non vorrei più dover sentire, dalle solite destinazioni, dai discorsi già fatti, dai treni puzzolenti. Vorrei continuare a scrivere con Jeff che canta, ma lascio scorrere questo grigio pomeriggio così com’è. In fondo amo essere triste: è il momento migliore per ascoltare certe canzoni, canzoni che trovano il loro senso solo in grigi pomeriggi come questo. E aiutano, ah se aiutano.

Professoresse frustrate cercano di metterti a disagio? Non c’è problema. Chiamami e saprò metterle io al loro posto.

Professoresse frustrate non sanno che esistono studenti insospettabili che possono rispondere a tono? Ora una di certo lo sa.

E per quanto abbia cercato di mettermi in difficoltà meno di venticinque non mi ha potuto dare, la signorina.

E’ ora di giocare.

Settembre 20, 2008

Arrivare a casa dopo un aperitivo con Lui dopo giorni di studio e, brilla e sorridente, trovare la mia adorata gattina che mi accoglie con le sue fusa rumorose è superlativo. Penso a pensieri positivi, mi rimbocco le maniche e ricordo il profumo e la consistenza di quelle pagine azzurrine. Penso a luoghi lontani, i viaggi degli altri mi fanno pensare solo ai miei futuri viaggi; cerco di pensare al ruolo di questo blog e non lo trovo, ne ha svariati direi. Mi piace scrivere e va bene così. I pensieri che non c’entrano nulla con me li lascio scivolare. Mi gusto la mia vita così com’è senza pensarci troppo, non serve dare il nome a niente. Ecco che Thelma ritorna: ha in bocca di suo topino peluche e sposta con le zampine il suo gomitolo multicolore. Mi sta dicendo che è ora di smetterla di pensarci su: è ora di giocare.

Gli altri non sono che noi stessi. E’ divertente scovare nuove personalità, nuove esperienze, nuovi viaggi, ma rendersi conto ogni volta della fragilità di ognuno. Internet permette di entrare nella vita degli altri, nella vita che gli altri vogliono far vedere: viaggi, amori, successi. Tutto bene in mostra su fotolog, blog, facebook. Siamo tutti, o quasi, così. Abbiamo voglia di far vedere il lato più frivolo, o più impegnato; vogliamo far vedere che viaggiamo, che abbiamo un sacco di amici, che amiamo e siamo amati. Vogliamo far vedere la nostra personalità, e ci illudiamo di farlo. Le nostre pagine personali non sono altro che specchi per il nostro io, troppo narciso, non sono altro che vetrine ben sistemate. E lo facciamo inconsapevolmente, anche chi, come me, vanta un menefreghismo convinto. Dietro ogni vetrina c’è ciascuno di noi: ci sono le foto dove si viene male, cancellate immediatamente dalla macchina digitale, ci sono le giornate di merda, ci sono i momenti in cui si è soli, e dei cento amici di facebook non ce n’è uno con cui parleresti seriamente, ci sono le vacanze in posti banali o non abbastanza interessanti. Non bisogna sforzarsi di essere interessanti: bisogna farlo vedere, bisogna dimostrarlo con foto, video, contatti. Tutto questo mi sta dando noia, ma sono talmente curiosa che non so quando smetterò. Tutti risultiamo sfocati, materia plastica da modellare nelle idee degli altri, idee fasulle e in realtà molto poco interessanti. Molto poco reali.

Addio Richard..

Settembre 16, 2008

Caffè amaro

Settembre 14, 2008

Caffè amaro, cibo messicano, un’amica storica che non vedevi da mesi, risate spontanee, Thelma padrona della casa, Lui sempre presente, sempre noi, alti e bassi, sempre innamorati. E’ un settembre sereno, un pò più freddo, ma sereno. Non fumo, studio con piacere, sto bene in ogni senso. Ho dei progetti, un viaggio a Friburgo con le mie amiche che si avvicina, un nuovo anno da affrontare. La voglia di scrivere qui di me si sta un pò affievolendo, e devo ancora capire bene perchè. Forse è perchè è un periodo in cui preferisco agire piuttosto che pensare, un periodo meno riflessivo: vedo tutto molto chiaramente. Penso di meno, o forse più velocemente. Penso che se andassi avanti scriverei solo cose troppo personali, momenti di serenità che non riuscirei a spiegare. Tra dieci giorni l’esame di diritto dell’unione europea, un pò di tensione comincia a farsi sentire, ma mi sembra positiva anche quella. Non so cosa mi sta succedendo, ma mi piace. E non potrei desiderare altro ora: solo che Thelma la smetta di distruggere i fiori secchi di mia mamma.

New York, New York…

Settembre 11, 2008

Nessun post tragico, nessuna riflessione sulla memoria, nessuna foto melensa. Voglio solo ricordare il mio viaggio in quella città stratosferica, che si è saputa rialzare, chiunque sia stato a farla cadere. Riporto le parole che avevo scritto al mio ritorno, e lo scorcio di New York che più ho amato, fotografato da me in una fredda mattina di dicembre. Ebbene, il dodici di dicembre dell’anno passato scrivevo così:

New York per me è stata la prima volta in aereo per nove ore, conoscere nuove persone, vedere i ghiacci della Groenlandia e le coste del Canada a migliaia di metri di altezza, arrivare al JFK Airport in una giornata di nevischio e vedere dal pullman i primi grattacieli, guardare sbalordita lo spettacolo dal sedicesimo piano dell’albergo dalla finestra della stanza, rimanere stupita dell’albero di Natale davanti al Rockfeller Center con la sua pista di pattinaggio piena di bimbi con la sciarpa e il berretto, rimanere a bocca aperta davanti alla meraviglia scintillante che è la Fifth Avenue, le colazioni alla ognibendidio seduta davanti alle vetrate dell’albergo con davanti Times Square e i mille teatri di Broadway, ridere coi miei zii e scoprire tutti i loro lati positivi e negativi, la tenerezza della carne alla Steack House, tirare fuori il passaporto per poter bere una Corona, la pizza trangugiata per la fame in quella serata così densa di risate e acquisti, le due bambine figlie del cugino dello zio una più tenera dell’altra, i negozi aperti 24 ore, i milioni di giri fatti per comprarti l’iPod, il mio maglincino marrone fa-vo-lo-so preso ad Abercrombie & Fitch e le due magliette all’Hard Rock Cafè, i mille Hot Dog sui marciapiedi, l’emozione di salire sull’Empire State Building e guardare l’immenso lì sotto, scoprire di essere ancora più socievole di quanto avevo pensato, emozionarmi mentre dal battello scattavo la foto alla Statua della Libertà o mentre camminavo piano nel museo di Ellis Island, tra le foto e le cose degli emigranti di primo 900, il MoMa e il primo quadro di Klimt che vedo davanti a me, i mercatini pieni di fantastici gioielli fatti a mano, la gentilezza inaspettata di tutti i passanti e venditori, la neve sottile che cade sul mio basco viola nello scintillio di una sera di dicembre a Manhattan, Little Italy piena di cinesi e con insegne sgrammaticate, Central Park e i suoi colori, il ponte di Brooklin e le mille foto con la mia cuginetta, Soho e le sue bancarelle, le notti di sonno perfetto e profondo, il topino al collo che mi ricordava che non ero piombata su un altro pianeta, Harlem e la sua dignitosa e speciale diversità, i suoi muri zeppi di graffiti di Franco the Great, un nero sulla settantina che è chiamato il  “Picasso di Harlem”, vedere all’orizzonte il Bronx e non poterci andare, prendere quell’aereo traballante per il troppo vento ben sapendo che mai e poi mai saprai descrivere ogni cosa di questa esperienza, perchè troppe sono state le cose che impossibile è ricordarle tutte.

Thelma, un mese dopo

Settembre 9, 2008

Il nove agosto arrivavi qui spaventata e incuriosita: il giorno prima ti avevano strappato la tua mamma e la tua sorellina, e ora qualcuno ti aveva sballottolata in un posto nuovo, con una improbabile padrona appena tornata da un viaggio, che ti versava sbadigliando croccantini al pollo nella tua nuova ciotola rossa e che non capiva perchè tu piangevi tanto e le sfuggivi soffiandole addosso.

Il nove settembre hai già i tuoi posticini per dormire, per giocare, per fare disastri. Ma soprattutto mi cerchi, mi fai le fusa, dormi nella tua cesta accanto a me o quando sei fortunata sul mio letto, ti strusci ogni mattina contro le mie gambe, mi fai gli agguati, hai conosciuto Lui e i miei amici e sei diventata la cocca di tutti, anche di chi si proclamava nemico dei gatti. Quando torno a casa dopo un giorno passato fuori sento la tua piastrina tintinnare per le scale ed ecco che arrivi, mi scruti, mi annusi, sì è proprio Lei, e mi accogli con le tue moine. Ti sei fatta amare persino da mia mamma, hai compiuto un miracolo e nemmeno lo sai.

Un mese e già ti amo, piccola Thelma.

Ieri sera ho rotto le scatole a tutti i miei amici, compagni di anni di fumate dove ero io la prima ad accendere una sigaretta, spegnerla, e riaccanderne un’altra. Sono stata fastidiosa, lo so, ma ora che ho capito di che grande inganno si tratta cerco di trasmetterlo alle persone che amo. Cerco di far capire loro cosa sta succedendo al mio corpo dopo due settimane di libertà. Della pelle del mio viso, dei miei capelli, del mio respiro, della sensazione di libertà, della soddisfazione, del sentirsi fuori da un grande inganno. Non lo so spiegare nemmeno qui, cosa mi stia succedendo. Ma una cosa la so: che è inutile cercare di convincere gli altri.