Edward mani di forbice ( Tim Burton, 1990 ) e pensieri.

Ieri pomeriggio in televisione hanno dato Edward Mani Di Forbice ( Edward Scissorhands ). Io, con la mia febbriciattola e la mia gola di nuovo in fiamme a causa di serate ballerine senza calze, e tu che mi curi, accoccolati sul divano attorno alla mia coperta di lana, multicolore. Questo film di Tim Burton non so quante volte l’ho visto, probabilmente migliaia, ed ogni volta la magia mi rimane appiccicata addosso: la magia di questa pellicola in particolare, la magia che i film di Tim Burton hanno la misteriosa capacità di trasmettermi. La sento ancora pizzicorina, non accenna ad andarsene, sebbene ne avrebbe avuto tutte le ragioni, questa sera. Sorvoliamo, e parliamo di Edward Scissorhands, magistralmente interpretato da Johnny Deep. Probabilmente ciò che rende così apprezzabile questo film sono le due tematiche principali: l’emarginazione del diverso e l’amore impossibile. La cittadina americana, con le sue villette tutte uguali, anonime e scialbe, contrasta con il giardino del castello: i colori pastello delle case dovrebbero trasmettere una sensazione di benessere, mentre il lugibre castello dovrebbe spaventare, dovrebbe far inorridire. Il castello è lugubre e cadente, così come l’aspetto di Edward lascia alquanto a desiderare: è bianco come un cadavere, i suoi capelli sparano ovunque, ha gli occhi incavati e nere occhiaie, si muove come una macchina e per mani ha due enormi forbici. Ma il giardino del castello è una meraviglia, le siepi formano fantastiche figure, così come l’anima di Edward è limpida, fantasiosa, capace d’amore sincero. Ma Edward è diverso: a partire dalla sua casa, dal suo aspetto, dalla sua personalità. Il diverso incuriosisce, spaventa, ma se è buono può essere sfruttato come si può, poi emarginato, ucciso, segregato, nascosto, deriso. Niente di troppo lontano da storie già sentite, non credete? Solo qualcuno, dalla personalità sensibile e pensante, riesce a riconoscere la grandezza nella fragilità e diversità di Edward: si tratta di Kim, impersonata da una incantevole Winona Ryder. Ecco l’amore impossibile, impossibile ma vero, sublime, puro.
Tim Burton mischia temi importanti e ambientazioni e musiche fantastiche in una fiaba surreale, che fa paura da bambini, e incanta e spiazza quando si è più grandi. Se poi si conosce la personalità del regista, non si può che apprezzare ulteriormente il suo lavoro, contestualizzandolo e capendolo di più: genio finalmente compreso, anticonformista e artista fortemente visionario. Ora compare con i suoi scheletri sulle borsette delle teen-ager ed è indubbiamente ricco e famoso, ma mi piace pensare che sia fedele sempre a questa sua dichiarazione:
A Hollywood ci vado solo per lavorare, non vivo più a Los Angeles, la mondanità non mi piace, mi sento vicino ai miei personaggi poco integrati e in conflitto con la società: anch’io tendo a interiorizzare tutto, sono chiuso, solitario e arrabbiato.
2 commenti