
Daniele Luchetti mi aveva già colpita, come regista, con il suo film La scuola : una commedia di metà anni novanta, una rappresentazione tra il comico e il reale delle condizioni di insegnanti e studenti, con un Silvio Orlando e una Anna Galiena strepitosi. Con Mio fratello è figlio unico Luchetti è riuscito a colpirmi una seconda volta. A partire dal cast, dove ho trovato conferme e piacevoli sorprese. Ho scoperto che Angela Finocchiaro è riuscita a uscire dai panni della comica, per indossare quelli di una madre che piange, s’incazza, urla e commuove; ho riscoperto la bravura di Luca Zingaretti e Diane Fleri; ho notato dei miglioramenti nella recitazione di Riccardo Scamarcio, bello e pure bravo, alla faccia dei pregiudizi; mi ha fatto sorridere e sorpendere per la sua spontaneità il piccolo Vittorio Emanuele Propizio; ma soprattutto ho scoperto Elio Germano. Una rivelazione.
Quello che Luchetti ha voluto raccontare, non è tanto un pezzo di storia italiana, poichè evidentemente è più affascinato dal racconto delle persone. Al centro, Accio, impersonato da un Elio Germano che con la sua mimica e la sua forza vera buca lo schermo, molto più di quanto faccia la bellezza provocante di Scamarcio. Come dicevo, Luchetti racconta l’insofferenza e l’insicurezza dell’italiano, impersonandolo nel giovane Accio: prima si dona alla fede cristiana, poi fascista, poi comunista. Il suo bisogno primario è quello di credere in qualcosa, e buttarcisi dentro fino al collo, con l’energia e l’impulsività spesso ingenua che lo marcano a fuoco, rendendolo spesso vittima. E’ il personaggio positivo della pellicola, anche se sembrerebbe il contrario dai primi minuti: è lui che ama e cerca e consola la giovane compagna del fratello nei momenti di bisogno, è lui che difende a spada tratta le idee o le persone che ama, è lui che riesce finalmente a dare una casa ai suoi genitori. E’ il fratello buono e maltrattato, spesso sfruttato nel momento del bisogno, incompreso e impulsivo. Luchetti racconta il contorto rapporto tra i due fratelli, la povertà e la rassegnazione degli ultimi, racconta attraverso il personaggio di Accio le contraddizioni del nostro paese. Negli anni ‘60, ma anche oggi. E come spesso succede nelle mie pseudo-recensioni, ne esce un qualcosa d’indefinito, di poco preciso, di esageratamente impreciso. Ma se, nonostante i miei evidenti limiti, ho deciso di scrivere queste cose, è perchè mi sento di consigliarvi questo film. E ricordatevi, che se non vi commuovete neanche una volta c’è qualcosa che non va.