Mind Games Forever
Dicembre 14, 2007
Certe sere un pavimento freddo la sera, una solitaria sigaretta veloce, delle luminarie e una canzone ti fanno capire tutto.
Io ci spero, nella pasta chesaitu.
Dicembre 13, 2007

Oggi giornata passata interamente tra pc, Msn, meringhe, libro di processuale civile e sigarette. Ho gli occhi gonfi e stanchi, umore pessimo, fame di schifezze, voglia di spegnere questo pc e usarlo in modo più razionale. Dopo ore come queste, che ritengo spese in modo poco utile, mi ritrovo a pensare a quanto di più avrei fatto se non fossi stata qui davanti ma su in camera, in compagnia della sola scrivania. Non voglio più passare le giornate così. E’ inutile, crea dipendenza da pc, è frustrante e provoca dolori alla testa e senso di non aver combinato nulla. E poi Msn, quanto vorrei toglierlo. Eppure è così comodo. No, l’unica soluzione è capire che non posso, non riesco a studiare qui davanti.
Mi rallegro sapendo che le giornate che arrivano saranno piene, fuori casa, all’aria. Domani mattina sveglia presto, doccia, pullman per andare a svegliarlo e passare la giornata interamente (finalmente) con Lui, pranzo compreso (io ci spero, nella pasta chesaitu); domani sera a bere per festeggiare il compleanno della M. e rivedrò dopo NY tutti gli altri; sabato mattina shopping natalizio in centro a Milano; sabato sera tripla festa di compleanno. E poi chissà, Lui che lavora e io che passerò un pò di tempo per me, cercando di impiegarlo meglio di oggi. Perchè è così bello avere tempo anche per sè stessi, per fermarsi un attimo e dedicarsi qualche pagina di quel libro che sta chiuso da troppo tempo, uno scrub ai minerali oceanici, una sigaretta ascoltando l’iPod, un bagno lungo due ore, un pomeriggio di studio proficuo e appagante, un film stravaccata in poltrona in compagnia di un tè caldo, una maschera ai capelli, un riposino come alle elementari, una canzone a tutto volume ballando in camera.
Julie*
Pezzi di New York
Dicembre 12, 2007
New York per me è stata la prima volta in aereo per nove ore, conoscere nuove persone, vedere i ghiacci della Groenlandia e le coste del Canada a migliaia di metri di altezza, arrivare al JFK Airport in una giornata di nevischio e vedere dal pullman i primi grattacieli, guardare sbalordita lo spettacolo dal sedicesimo piano dell’albergo dalla finestra della stanza, rimanere stupita dell’albero di Natale davanti al Rockfeller Center con la sua pista di pattinaggio piena di bimbi con la sciarpa e il berretto, rimanere a bocca aperta davanti alla meraviglia scintillante che è la Fifth Avenue, le colazioni alla ognibendidio seduta davanti alle vetrate dell’albergo con davanti Times Square e i mille teatri di Broadway, ridere coi miei zii e scoprire tutti i loro lati positivi e negativi, la tenerezza della carne alla Steack House, tirare fuori il passaporto per poter bere una Corona, la pizza trangugiata per la fame in quella serata così densa di risate e acquisti, le due bambine figlie del cugino dello zio una più tenera dell’altra, i negozi aperti 24 ore, i milioni di giri fatti per comprarti l’iPod, il mio maglincino marrone fa-vo-lo-so preso ad Abercrombie & Fitch e le due magliette all’Hard Rock Cafè, i mille Hot Dog sui marciapiedi, l’emozione di salire sull’Empire State Building e guardare l’immenso lì sotto, scoprire di essere ancora più socievole di quanto avevo pensato, emozionarmi mentre dal battello scattavo la foto alla Statua della Libertà o mentre camminavo piano nel museo di Ellis Island, tra le foto e le cose degli emigranti di primo 900, il MoMa e il primo quadro di Klimt che vedo davanti a me, i mercatini pieni di fantastici gioielli fatti a mano, la gentilezza inaspettata di tutti i passanti e venditori, la neve sottile che cade sul mio basco viola nello scintillio di una sera di dicembre a Manhattan, Little Italy piena di cinesi e con insegne sgrammaticate, Central Park e i suoi colori, il ponte di Brooklin e le mille foto con la mia cuginetta, Soho e le sue bancarelle, le notti di sonno perfetto e profondo, il topino al collo che mi ricordava che non ero piombata su un altro pianeta, Harlem e la sua dignitosa e speciale diversità, i suoi muri zeppi di graffiti di Franco the Great, un nero sulla settantina che è chiamato il “Picasso di Harlem”, vedere all’orizzonte il Bronx e non poterci andare, prendere quell’aereo traballante per il troppo vento ben sapendo che mai e poi mai saprai descrivere ogni cosa di questa esperienza, perchè troppe sono state le cose che impossibile è ricordarle tutte.
Le foto sono sul mio Space di Msn. Chi è desideroso di vederle me lo dica che avrà sicuramente il link.
Julie*
Waitin’ for
Dicembre 3, 2007
Dopodomani parto. La lista con tutto ciò che mi servirà è pronta accanto alla valigia rossa, il mio stomaco è contratto da stamattina in una sorta di morsa che voglio al più presto salutare. Domani mattina preparerò con calma tutto ciò che è stato meticolosamente trascritto su quel foglio di quablock, verserò qualche lacrima in pieno stile telefilm di quarta categoria mentre ascolto un cd particolarmente deprimente, poi passerò alla fase eccitazione cambiando cd, farò una doccia lunga e bollente, vedrò di ingerire qualcosa nonostante il buco allo stomaco che certamente avrò, uscirò per il nostro pomeriggio e cena insieme (mi hai comprato il filetto, e ti amo ancora di più per questo). Sperando di non essere troppo tragica, di non farmi travolgere dalle emozioni, di non essere patetica.
Ama te stessa. Sii contenta per un’opportunità unica. Sii ottimista e carica e non lasciarti vincere dai pensieri negativi. Lasciali perdere, se ne andranno da soli. Così come sono venuti. Non estirparli, sii incurante e lasciali morire.
Arrivederci a martedì, tornerò carica di fotografie, appunti e “un pezzo del ponte di Brooklyn”.
Julie* noncurante dell’oceano che ci sarà tra di noi (perfinta, ovviamente)

Io e Annie
Dicembre 1, 2007

Sorseggio la mia spremuta d’arancia, all’attivo 1 sigaretta e mezzo e una intera mattinata con Lui. Sotto le coperte di prima mattina quando ho tentato invano di svegliarlo e mi sono addormentata, bevendo il nostro caffè con una puntina di latte, mangiando la nostra focaccia untissima e perciò buonissima, guardando il film che volevo vedere da una vita, “Io e Annie”, di Woody Allen con Diane Keaton.
Woody Allen non è capace di recitare. O almeno spero. Lo spero perchè mi piace pensare che sia davvero così. Complessato, insicuro, paranoioco, colto, semplicemente adorabile. Fa sempre la parte dell’uomo insicuro, che ha delle sue teorie schizofreniche su tutto, che non fuma ma fuma perchè è incredibilmente sexi con la sigaretta in mano (Manhattan), che l’analista è il migliore amico e incubo costante, costante parlantina e pensieri convulsi sui rapporti. Freud lo cita continuamente, continui riferimenti all’infanzia, conditi con battute esilaranti. E poi Diane Keaton. A tratti mi ci rivedevo dentro, nella sua interpretazione di Annie Hall. E i vestiti che indossava, gli occhialoni, le sciarpe, le cravatte. E il modo di parlare spesso convulso, le sue stesse paranoie. E lo sfondo di tutto è, ovviamente, New York. Woody Allen è un genio, io lo adoro. E mi capita sempre guardando i suoi film, e ne ho visti molti, di immedesimarmi a tal punto, di capire le situazioni come se le avessi provate anche io. Ed è così. Il rapporto tra Alvy e Annie. Così vero, giocoso, passionale, a tratti così intimo e bambinesco, così INCOMPARABILE, mi ricorda noi.
*
“Frattanto si era fatto tardi e tutt’e due dovevamo andare per i fatti nostri. Ma era stato molto bello, rivedere ancora Annie, dico bene? Mi resi conto di quanto era in gamba – stupenda – e, sì, era un piacere… solo averla conosciuta… e allora io… ripensai a cosa fosse l’amore. L’amore credo sia come una vecchia barzelletta, quella dove uno va da uno psichiatra e dice: “Dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina”; e il dottore gli fa “e perché non lo rinchiude?” E poi lui risponde ” e così a me le uova chi me le fa?” Bè, credo corrisponda ai rapporti uomo-donna, e cioè che sono assolutamente irrazionali, pazzi e assurdi! Ma credo che continuino, e che la maggior parte di noi, ha bisogno di uova.”
*
Annie: Oh, sei in analisi.
Alvy: S-sì. Oh… da quindici anni appena.
Annie: Quindici anni?
Alvy: Sì, hm… adesso gli do un altro anno di tempo… e poi vado a Lourdes.
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Alvy: Ho una concezione molto pessimistica, io, della vita. Devi saperlo, questo, sul mio conto, se dobbiamo frequentarci, mi spiego. Io… secondo me… io ritengo che la vita sia divisa in due categorie: l’orribile e il miserrimo. Sono queste le due categorie. Orribile sarebbero, non so, hm… i casi più gravi, mi spiego? Tutti i ciechi, gli storpi e così via.
Annie: Sì.
Alvy: Non so… Non lo so mica, come tirano avanti. Per me è qualcosa di stupefacente. Mi spiego? Miserrimo sono tutti gli altri. È tutto, tutto qui. Quindi, quando pensi alla vita, devi ringraziare il cielo se sei soltanto miserrimo, perché è… è una grossa fortuna… essere… essere miserrimo.