Tazza di thè verde tra le dita, Lui ricciolo più che mai che arrampica, il libro alla mia sinistra che non vuole aprirsi. Pensieri su cosa significhi “essere strani”, dopo aver letto un blog. E’ essere strani amare leggere? E’ essere strani vestirsi secondo i propri gusti personalissimi? E’ essere strani essere innamorati in modo particolare ed esclusivo di una sola persona? E’ essere strani fare Filosofia all’università? E’ essere strani non avere come sogno nel cassetto di fare la velina o la letterina? No. Non è essere strani. E’ avere un minimo, e dico un minimo di cervello. E’ rendersi conto che forse c’è qualcosa di più innalzante e profondo e soprattutto INTERESSANTE di andare in discoteca ogni week end e pensare solo a quello. E’ semplicemente decidere di essere come si è, di avere una propria personalità, di seguire la propria natura. Non è importante se si viene tacciati con il nome strano.
Ci vogliamo rendere conto una volta per tutte che sta andando tutto a puttane (passatemi sto francesimo, va)? Che non si trova più, o quasi, qualcuno che legga un libro? Qualcuno che si distingua dagli altri? Non dico dei geni, delle personalità talmente stravaganti e particolari da farti girare la testa. Dico, è mai possibile che tutti sono uguali a tutti? Che se non vai a ballare sei out? Che se dici qualcosa d’intelligente o che non riguardi calciotelevisione”moda”discoteca ti guardano tutti come storditi?
Tutto uguale, tutto uniformato, tutto stereotipato. Uff, che noia.
Siamo (sono) la generazione dei luoghi comuni e della banalità? Almeno laHarend ha scritto “La banalità del Male”, cioè lì si parlava di persone crudeli perchè non pensanti. Almeno c’erano le cosiddette tinte forti, c’era di mezzo l’odio, la cosa era stimolante. E’ stimolante cercare di capire come si poteva raggiungere una tale malignità, arrivando alla conlcusione che il Male negli uomini non era radicale (esisterebbe solo il Bene radicale, mah) ma soltanto BANALE. Adesso cosa si potrebbe scrivere? Adesso non si pensa e punto. Io certe persone davvero le processerei, come avevano fatto con Himmler (l’essere non pensante per definizione). Chiederei, indagherei sulla loro superficialità. Su come si faccia a basare la propria vita su: scuola, vestiti, canzonette, vuoto. Ecco, poi forse li lascerei liberi. Ma solo dopo aver letto almeno un milione di libri. Forse.