Come prima cosa vi consiglio di vedere questo film al cinema, in una di quelle rassegne gratuite che spesso i comuni offrono, e dove frequentemente danno film come questo. Al cinema perchè per questo film non è la stessa cosa vederlo a dimensioni giganti con un audio perfetto, piuttosto che su uno schermo di computer e delle casse che graffiano.
L pellicola è basata su una storia terribilemente vera: il 20 aprile 1999 due studenti della Columbine High School, Eric Harris e Dylan Klebold, entrano nella loro scuola armati fino ai denti, vestiti da pseudocacciatori/sicari. Come in un videogioco. Uccideranno 12 compagni, il preside e alcuni impiegati, nonchè loro stessi.
Il film, come leggevo in un altra recensione è quasi poetico, come sospeso in un’altra dimensione: musica inesistente, dialoghi brevi e superflui, vedute fisse, riprese di gesti e percorsi ripetuti mille volte, abituali. Vengono riprese le ore di alcuni studenti, prima dell’entrata dei due.
C’è il biondo ragazzo che si salva “grazie” al padre ubriaco fuori dalla scuola, la hippie che va alla lezione sui diritti delle minoranze sessuali, le tre oche della scuola che vanno in bagno a vomitare dopo pranzo per poi darsi allo shopping, la ritardata che sistema i libri in biblioteca e non vuole fare educazione fisica, il ragazzo conosciuto da tutti che si diverte a fare foto alla gente, il giocatore di football e la ragazza più popolare del liceo. Personaggi tipici. E poi ci sono loro. Emarginati, presi in giro costantemente, zitti, seri, montano dentro una rabbia che dura anni, e fanno quello che fanno. Si vendicano. La colpa è stata data a mille fattori diversi: ai video di Hitler che guardavano con ammirazione. Alla musica di Marylin Manson. A una loro presunta omosessualità (ma che c’entra?!). Quanta gente ha visto video sul nazismo o ascolta Manson e non ha mai pensato una cosa simile? Evidentemente il problema è un altro, sono altri, e il film ci pone dalla prospettiva del regista: il problema è che negli Stati Uniti è stato possibile per due minorenni comparre da Internet svariate armi. Il problema era la loro emarginazione, la loro rabbia. Nessuno se ne accorge mai prima.
Quasi insopportabile ma allo stesso tempo ipnotica la scena in cui uno dei due ragazzi, in compagnia dell’altro che gioca a sparare a dei fantocci sul computer, suona Per Elisa al pianoforte. Tutta. Dalla prima all’ultima nota. In silenzio. Seriamente. E’ inquietante. E’ il simbolo della loro solitudine, della loro alienazione diabolica da quella che si può chiamare realtà. E’ presagio inquietante.
Tre quarti del film ci mostrano, in modo quasi sovrannaturale fin troppo lentamente, le vite di questi ragazzi che s’incrociano, e nella sua lentezza e con le nubi che diventano nere, ci da sentore del presagio di catastrofe che accompagna l’intera pellicola. E quando i due entrano nella scuola dopo un viaggio in macchina in religioso silenzio, cominciano a sentirsi solo gli spari. E il contrasto diventa palpabile, difficile da sostenere. Ecco, quello che ho saputo fin dall’inizio sta accadendo. Terribile. Loro in silenzio. I ragazzi impazziscono, scappano. Spari. Divertiamoci, mi raccomando, dev’essere una giornata divertente. Finito il massacro si rincontrano. Eric uccide Dylan. Poi si spara. Nubi e Per Elisa in sottofondo.
Un film assolutmente che vi consiglio di vedere. Unico nel suo genere, semplice nelle inquadrature e nella musica ma combinato in modo da rendere al meglio la drammaticità e la tragicità di quel giorno. Una fotografia mai vista nella sua capacità di catturare ogni cosa. Gli attori sono ragazzi, non attori professionisti.
E’ un film che lascia a bocca aperta. E soprattutto fa riflettere. Niente altro.